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Lo scontro dei sessi della Coppola e la donna gentile di Loznitsa. Il 24 maggio è stato un giorno tutto al femminile quello per i film in concorso al settantesimo Festival di Cannes.

La proiezione stampa mattutina, infatti, porta sullo schermo il nuovo, atteso lavoro di Sofia Coppola, regista (tra gli altri) di “Bling Ring”, “Lost in translation” e “Il giardino delle vergini suicide”.

Ribattezzato scherzosamente da alcuni giornalisti “Il giardino delle vergini omicide”, questo “The beguiled” ha letteralmente spaccato la critica, tracciando una linea di demarcazione netta soprattutto tra uomini e donne.

E in effetti Sofia Coppola compie un riadattamento (meglio non chiamarlo remake) di “La notte brava del soldato Jonathan”, film di Don Siegel del 1971 con protagonista Clint Eastwood. Ma la Coppola maneggia la materia di partenza facendola sua, mettendo in scena un incontro/scontro tra sessi dove l’ambiguità emerge anche nella difficoltà a tradurne il titolo.

“Beguiled”, infatti, in inglese significa preda/prede e vale per singolare e plurale. Nella proiezione cannoise il titolo francese è stato tradotto con “Les proies” al plurale, perché nel film della Coppola i ruoli si scambiano, si ribaltano, in un grottesco gioco di ruolo dove le donne confinate in una scuola della Virginia durante la guerra di Secessione (1863) accolgono un soldato nordista ferito.

 

Sublimi le interpretazioni femminili (Nicole Kidman, Elle Fanning, Kristen Dunst), assolutamente piatta quella di Colin Farrel, in un lavoro dove la fotografia, forse un po’ troppo scura, è comunque una lezione di stile e di eleganza.

Personaggi inquietanti e situazioni grottesche si accavallano fino a un finale abbastanza telefonato ma a cui si arriva in maniera lineare.

Forse un po’ sbrigativo.

 

L’altro film, il russo “Krotkaya” (titolo internazionale “A gentle creature”), del regista ucraino Sergej Loznitsa, vede protagonista una mansueta e tranquilla donna di uno sperduto villaggio russo, costretta a dover intraprendere un viaggio assurdo per recapitare un pacco al marito che è detenuto in prigione.

In una fiaba kafkiana, dove un’umanità caleidoscopica ruota in maniera vertiginosa, la donna si imbatte in situazioni paradossali e personaggi assurdi. Lei è quella che nel film (2 ore e 20 minuti) appare e parla di meno, ma è sempre “al centro” della scena, dove i veri protagonisti sono personaggi deformati, grotteschi, pittoreschi, in una Russia dove sembra che la gentilezza e la calma della donna debbano soccombere sotto il peso della violenza fisica e verbale, del cinismo, della indifferenza e della burocrazia.

Un film dove si incontrano Wes Anderson, Tarkovsij e Fellini, dove colori brillanti e accesi rendono ancora più netto il contrasto con la cupezza della narrazione.

Fin qua in assoluto il miglior film a livello di regia, con una soluzione che alterna campi lunghi e macchina fissa a primissimi piani e macchina a mano, dove l’individuo è insieme al centro e ai margini di una umanità destinata a regredire inesorabilmente.

 

Nicola Cargnoni