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Applausi a scena aperta per il Carnevale di Livemmo: uno dei carnevali più tipici della provincia di Brescia, le cui prime notizie risalgono all’inizio del 1900.


Numerosi i visitatori che hanno raggiunto questo piccolo paese posto su una terrazza tra i monti: Livemmo è la frazione più popolosa del comune di Pertica Alta. Ad accoglierli sono stati gli abitanti delle Pertiche che hanno allestito stand gastronomici e bancarelle con prodotti tipici. Ben presto i parcheggi della zona si sono riempiti e le macchine hanno dovuto trovare spazio lungo le strade di accesso al paese.
Alle 14.30 è iniziata l’allegra, rumorosa e disordinata sfilata di abitanti mascherati. In un primo momento la strada principale del paese è stata invasa da varie tipologie di maschere, impersonate da bambini, ragazzi e adulti, che passeggiavano a braccetto e danzavano, facevano scherzi ai visitatori, e portavano in scena mestieri antichi e moderni. C’era per esempio il “dottore” che prescriveva ricette buffe, e il postino che recapitava immagini osè. Tra di essi si aggirava anche il diavolo, vestito di rosso e con le corna, una delle figure che – come descritto dalle ricerche etnologiche della dottoressa Francesca Collio, dell’associazione “Riflessi di Luce” – ha forti valori allegorici: «Risulta essere il contraltare alla vita di ogni giorno, vita intrecciata di crudi risvolti lavorativi e di inesauribili espedienti per campare la giornata».
In un crescendo di musica popolare e non, balli e scherzi, sono arrivate infine le tre figure più caratteristiche e peculiari di questo carnevale: “la Vècia dal Val”, “l’Omasì dal zerlo”, il Doppio. Per mezz’ora hanno danzato nella piazza centrale lasciando perplessi i visitatori per la loro ambiguità: sono due persone, o soltanto una?
La bravura de “La Vècia dal Val” e de “L’Omasi dal zerlo” sta infatti nel ballare sollevando un altro uomo in una cesta la prima, e nella gerla sulla schiena il secondo. Il gioco ottico creato grazie ai giusti movimenti e ai costumi che si intrecciano, lascia difficilmente intuire sotto quale maschera stia la persona o se le persone siano effettivamente due. Il Doppio invece indossa due maschere e due scarpe unite, davanti e dietro, e cammina molto rigidamente, così da disorientare lo spettatore che si chiede da che lato sia la vera faccia della persona travestita.
Al termine di queste rappresentazioni, la festa è continuata nelle vie del paese, tra la musica, il vin brulè e l’ospitalità degli abitanti.

 

Numerosi i visitatori che hanno raggiunto questo piccolo paese posto su una terrazza tra i monti: Livemmo è la frazione più popolosa del comune di Pertica Alta. Ad accoglierli sono stati gli abitanti delle Pertiche che hanno allestito stand gastronomici e bancarelle con prodotti tipici. Ben presto i parcheggi della zona si sono riempiti e le macchine hanno dovuto trovare spazio lungo le strade di accesso al paese.
Alle 14.30 è iniziata l’allegra, rumorosa e disordinata sfilata di abitanti mascherati. In un primo momento la strada principale del paese è stata invasa da varie tipologie di maschere, impersonate da bambini, ragazzi e adulti, che passeggiavano a braccetto e danzavano, facevano scherzi ai visitatori, e portavano in scena mestieri antichi e moderni. C’era per esempio il “dottore” che prescriveva ricette buffe, e il postino che recapitava immagini osè. Tra di essi si aggirava anche il diavolo, vestito di rosso e con le corna, una delle figure che – come descritto dalle ricerche etnologiche della dottoressa Francesca Collio, dell’associazione “Riflessi di Luce” – ha forti valori allegorici: «Risulta essere il contraltare alla vita di ogni giorno, vita intrecciata di crudi risvolti lavorativi e di inesauribili espedienti per campare la giornata».
In un crescendo di musica popolare e non, balli e scherzi, sono arrivate infine le tre figure più caratteristiche e peculiari di questo carnevale: “la Vècia dal Val”, “l’Omasì dal zerlo”, il Doppio. Per mezz’ora hanno danzato nella piazza centrale lasciando perplessi i visitatori per la loro ambiguità: sono due persone, o soltanto una?
La bravura de “La Vècia dal Val” e de “L’Omasi dal zerlo” sta infatti nel ballare sollevando un altro uomo in una cesta la prima, e nella gerla sulla schiena il secondo. Il gioco ottico creato grazie ai giusti movimenti e ai costumi che si intrecciano, lascia difficilmente intuire sotto quale maschera stia la persona o se le persone siano effettivamente due. Il Doppio invece indossa due maschere e due scarpe unite, davanti e dietro, e cammina molto rigidamente, così da disorientare lo spettatore che si chiede da che lato sia la vera faccia della persona travestita.
Al termine di queste rappresentazioni, la festa è continuata nelle vie del paese, tra la musica, il vin brulè e l’ospitalità degli abitanti.

Alice Foglio