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Strumenti

"Sia funzione la rappresentazione". Questa frase è attribuita a fra Carlo Lodoli Venezia 1690-1761, il cosiddetto Socrate dell'architettura.

Sviluppando l'espressione lapidaria e un po' criptica si potrebbe tradurre che la funzione detta la forma. Diciamolo ancora più estesamente: la funzione di un'architettura, e anche la sua struttura essenziale, deve avere corrispondenza nella forma esteriore. E' una delle posizioni, certo; è una delle estetiche possibili, è vero, ma è l'unico principio onesto che possa combinare la modernità, per come noi occidentali l'abbiamo declinata, e la forma architettonica. Diversamente abbiamo il camuffamento, la superfetazione, la gratuità. 

Un grande manufatto come l'albero della vita racchiude in sé ragioni diverse, assolve una funzione pratica, segna - urbanisticamente parlando - la piazza di fronte al padiglione italiano ed è punto focale della prospettiva di tutta l'offerta italiana; è uno strumento di comunicazione simile ad un segnale stradale; è un oggetto di design ed è una scultura. Inoltre si è caricato del peso di oggetto simbolico per tutta la manifestazione, simbolo di una nazione, veicolo di così tante aspettative e attenzioni che avrebbero fiaccato i rami di qualsiasi quercia secolare.

L'albero della vita, costruito per expo 2015 dal consorzio "orgoglio bresciano" è un po' tutte queste cose e un po' a tutte queste funzioni doveva rispondere. Che mettendosi così in "bella" mostra non si pretenda di giudicarlo come un oggetto estetico è impossibile, anche se molte delle sue funzioni sono pratiche. 

Il progetto ha una criticità di fondo, concettuale... culturale, direi. Prendo le dichiarazioni di progetto dal sito di expo "Al rivestimento in legno lamellare, realizzato in larice, corrisponde però un'anima d'acciaio(...) La struttura centrale metallica sarà parzialmente oscurata tramite l'applicazione di piante verdi." La tessitura di legno che avvolge la struttura metallica e che è basata sul tracciato disegnato da Michelangelo per il pavimento della piazza del Campidoglio, è un paravento che maschera la torre di metallo centrale. Questa in alto è scoperta e mostra tutto un sistema di cavi per tenere aperto l'ombrello improvvisamente vuoto. Fa venire in mente che uno scenografo un po' approssimativo abbia disegnato un cesto di vimini intrecciato così grande dentro il quale poi per forza un ingegnere ha dovuto inventarsi qualcosa che lo tenesse su. Ecco la critica: non c'è corrispondenza tra la forma esteriore tendenzialmente ariosa e la struttura metallica necessariamente poderosa. Qui, secondo me entra in campo l'orgoglio bresciano. Ammesso che sia una categoria che abbia un corrispettivo estetico visibile, la potenza tecnica, la forza metallica, la solidità (?) è mascherata da piante verdi e da una trina di legno frivola, benché ispirata a Michelangelo. Che poi ricorda più il fiore del loto di ispirazione orientale. Sfido chiunque a riconoscere la franca mano del Buonarroti. 

Nello stesso giorno ho visitato il padiglione della Corea e ho visto danzare dei robot ultra tecnologici, comandati da computer, mentre ruotavano con fredda grazia due grandi monitor su cui in sincrono giocavano immagini in computer grafica. Io lo so che quei robot, o simili a quelli, li produciamo a Brescia, lo so che la modernità e l'industria sono portatori di un'estetica che corrisponde ad un progetto di tèchne (così ci insegna un altro bresciano il filosofo Emanuele Severino), io lo so che gli industriali bresciani desiderano esprimere la poeticità del lavoro che genera cose e cambia il mondo. Allora perché hanno fatto costruire una gonnellina culturalmente capziosa, e che maschera il nocciolo della faccenda, cioè la loro essenza, il loro lavoro, la loro forza? Che sarebbe poi la mia che sono bresciano e orgoglioso di essere uno dei produttori di quel mondo.

Ricordo che nel 2003 un artista ceco di nome Pavel Mrkus aveva presentato un video alla Biennale di Venezia in cui si vedevano dei robot danzare muovendo gli arti meccanici coi loro rituali gesti micro-calibrati come in una preghiera; quindi nemmeno l'idea dei coreani è originale. Però tien conto dell'arte contemporanea. Cioè i coreani hanno interpretato la modernità secondo la sua propria estetica che è precisione, ripetizione, pulizia, ritmo e numero, mentre l'albero della vita è goffo, fitto di stampelle e tiranti, è piazzato fisicamente nel centro di un incrocio di assi mentre il mondo moderno è itinerante e fluido.

La tour Eiffel è ancora dove l'hanno costruita perché formalmente è quello che voleva essere: la dimostrazione eclatante di ciò ce si può fare con dei semplici e "volgari" laminati metallici imbullonati. Ora tutti la guardano come un inno al 900 entrante. E' un'opera simbolica persistente nell'immaginario. Io che scrivo tutte le settimane di arte contemporanea mando a dire agli industriali bresciani che senza la visione degli artisti, che sono capaci e consapevoli delle forme, nemmeno l'industria può progredire o fissarsi nell'immaginario. Dovete pretendere dall'arte di parlare di voi! Mettete la questione al centro dell'immaginario culturale! Basta mostre su Pitocchetto e anticaglie varie, basta orgogli culturalmente mal riposti. Bisogna sforzarsi di esprimere il proprio senso storico e sforzarsi di intenderlo. Questo è terreno della cultura. Questo è il terreno dell'arte. Questo vuol dire passare dall'intrattenimento alla produzione di fatti, materiali e simbolici.

 

Dario Bellini