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Arte: fare e rifare sempre la stessa cosa. Le madonne nella Rocca di Sabbio Chiese ricordano la pop art?

di Dario Bellini e Federica Bolpagni

 

FB: ... e dell'unicità di un'opera d'arte che mi dici?

DB: in che senso?

FB: sei uno che pensa alla irripetibilità dell'opera d'arte? al fiato magico dell'artista sempre e comunque?

DB: beh, qualcuno si è dissociato... lo so!

FB: ma molti lo pensano! bisognerà che affrontiamo questa cosa...

DB: Walter Benjamin non ha demolito il senso di questa affermazione? dell'aura come dice lui. Lo citano spesso in proposito.

FB: in realtà non è solo una questione legata al dibattito sulla contemporaneità. non era così nemmeno in passato. E non sto parlando di stampe, monete o riproduzioni. Sono salita in Rocca a Sabbio Chiese e ho rivisto sulle pareti laterali della chiesa superiore tutte quelle Madonne con bambino, dipinte, quasi identiche, una accanto all'altra.

DB: sì, infatti! ma perché lo facevano? 

FB: sono tutte opere databili a partire dai primi anni del '500: presentano davvero pochi scarti e poche differenze tra loro: l'aggiunta di un animale, la diversa posizione del bambino che però si ritrova in un terzo esempio. E il trono? riproposto quasi identico, certamente con l’uso di cartoni.

DB: niente artista, niente originalità!?

FB: l'artista non c'è, scompare. e non parlo tanto dell'aspetto qualitativo, che magari in questo caso potrebbe davvero essere artigianale, ma proprio della sua figura, del suo ruolo. E' poco più di un semplice stenditore di colori. Il ruolo capitale è del committente, è lui che sceglie il soggetto, è lui che ottiene benefici facendo realizzare l'opera.

DB: stenditore di colore, eh...? mentre colui che paga... 

FB: sì, qui sta il senso della realizzazione artistica nel periodo medievale e nel primo rinascimento. Molte di queste opere sono firmate non dall’artista, ma proprio dal committente. E’ quasi sempre solo il suo il nome che compare accanto all’opera: hoc opus fecit fieri Martinus. 

DB: come in tutti quei cicli di affreschi che decorano i muri di molte chiese!

FB: sì, certo! Commissionati da famiglie facoltose o dall’intera comunità per ottenere un buon raccolto, la cessazione di un’epidemia di peste, la salute dei propri animali…ma ti dirò di più, ci sono casi in cui, su una parete affrescata, un soggetto è dipinto esattamente al di sopra del medesimo, magari realizzato pochi anni prima su uno strato di intonaco sottostante. Non è una questione di scelte stilistiche ma solo del fatto che il senso di queste raffigurazioni stava nell’essere commissionate e portate a termine con dei fini precisi, con una esatta corrispondenza tra il denaro investito in mano d'opera e colori e il favore implorato... c’è n’è un bellissimo esempio anche a san Pietro in Mavino a Sirmione!

DB: stenditore di colore, mmh... e Warhol, con la sua spatola serigrafica? sai che la serigrafia si realizza tirando il colore con una larga spatola su un telaio che lascia passare il colore solo dove, in corrispondenza dell'immagine, non c'è la gelatina solidificata.

FB: pop art...

DB: arte popolare nel senso che è diffusa, stesa sulla quotidianità, attraverso i mass media, spennellata ovunque come estetica banale e a buon mercato... il volto di Marylin... dicevi di Sirmione? 

FB: sì, sulla parete laterale sinistra della chiesa una coppia di santi appare dipinta per due volte nello stesso luogo: se il favore richiesto alla divinità era uguale, anche l'immagine lo era. Anche questa era arte spalmata sulla quotidianità: ogni atto, ogni momento della vita era permeato dal culto di queste immagini dipinte. Farle realizzare significava ottenere la guarigione da una incomprensibile malattia, guardare il san Cristoforo negli occhi garantiva un cammino sicuro. Ma si andava anche oltre, con un rapporto fisico, quasi carnale direi. Dominique Rigaux, a proposito delle popolazioni della zona alpina, parla di manducation e di vinage: gli affreschi di per sé erano sacri in quanto realizzati sulle pareti della chiesa e spesso intonaco e pigmenti venivano scalfiti e i piccoli frammenti mangiati, oppure veniva fatto scorrere sopra del vino, poi bevuto per ottenere la salvezza.

DB: nutrivano l'anima del popolo come le lattine della Campbell Soup hanno nutrito il corpo di generazioni di americani!

FB: sì, o come due gocce di Chanel n. 5 ne hanno nutrito l'immaginario!

DB: anche una sola goccia...voglio dire, una piccolissima parte per il tutto, cioè la sola bocca di Marylin riprodotta da Warhol infinite volte...

FB: ... come una litania o un rosario... non è che ci siamo spinti un po' troppo in là? mischiando profano e sacro?

DB: la nostra intenzione non è affatto blasfema, caso mai è quella di mostrare quanto spirituale c'è nell'arte, anche di un artista ultra mondano come Andy Warhol.

FB: la pop art celebra i prodotti che si consumano presto... il consumismo, la coca cola, eccetera. Li celebra e li critica.

DB: c'è qualcosa che non si consuma d'altronde, le labbra di Marylin, l'icona della zuppa Campbell, ciò che si deposita nell'immaginario, non si consuma mai del tutto.

FB: così popolare da essere un qualcosa anche in mancanza dell'oggetto, quando è un simulacro, voglio dire.

DB: le icone sono una grossa questione...

FB: ... quindi torniamo ai santi sulle pareti!

DB: parrebbe di sì!

FB: bello!