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Il nostro collaboratore Giuseppe Merlo, archivista dell’Archivio di Stato di Brescia, già assessore al comune di Ostiano, interviene nella polemica mai sopita sulla “statuaccia del Dazzi”, come efficacemente la definisce. A lui la parola nella sua veste di storico dell'arte. La sua presa di posizione  è naturalmente a titolo personale.

Esco di casa, imbocco un vicolo i cui muri sono costante lavagna per gli idioti, evito macchine in perenne sosta su marciapiedi e carreggiata: bella fontana di Donegani con macchinone piazzato in divieto. Dribblo tristi fioriere, vandalizzate per meglio posteggiare, scanso transenne divelte e sbatto, per evitare l’ennesima macchina, contro una delle belle colonne di palazzo Martinengo Colleoni, poeticamente ribattezzato MO-CA; mi credo in salvo nell’area pedonale: errore, macchine sfrecciano in ogni senso incuranti del divieto.

Torno a casa contento di essere sopravvissuto a tanto degrado, rassicurato da concilianti amministratori che solennemente dichiarano che il centro storico di Brescia non ha problemi, anzi forse uno, piccolo: Bigio si, Bigio no. Se la saggezza avesse avuto diritto di parola tale dilemma non si sarebbe presentato; ma tant'è e ora la ricollocazione della modesta statua di Dazzi è diventata una priorità.

La scultura, a mio dire, ben meritava l’oblio dove la storia l’aveva relegata; ma volerla resuscitare ha avuto un costo, non lieve, per le pubbliche finanze e ora si impone che la si collochi sul conteso piedestallo senza ulteriori sprechi. Una solida democrazia non ha paura di una brutta statua. Forse che una democrazia più attenta al consenso necessiti di polemiche sterili che facciano dimenticare i problemi reali? Non si può escludere.

Ora si intende chiamare lo scultore di gran nome: amico munifico, mecenate disinteressato, il cui prestigio taciti ogni dissenso. Dunque miei cari: asini a casa arriva il cavallo. 

Giuseppe Merlo