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La settantesima edizione del Festival di Cannes è iniziata sotto i migliori auspici, climatici, artistici e mediatici. Si tratta di un anniversario importante che viene onorato dallo staff di Thierry Frémaux (il delegato generale del Festival) con un cartellone di tutto rispetto.

Tornano sulla Croisette, quindi, registi come Sofia Coppola (regista di “Bling ring”, “Lost in translation”), Hazanavicius (ricordate “The artist”?), Lanthimos, Haneke e molti altri, da ogni latitudine e longitudine del globo.

Non vi sono italiani nella competizione principale, ma abbiamo una nutrita rappresentanza nella sezione Un certain regard con Sergio Castellitto (che porta a Cannes “Fortunata”) e Annarita Zambrano, nella sezione Quinzaine des Réalisateurs con Jonas Carpignano e Roberto De Paolis, e infine nella Semaine de la Critique con il film della coppia Grassadonia/Piazza, che ha esordito ieri suscitando una standing ovation degna di nota.

C’è un bel po’ di Italia a Cannes, anche senza film in concorso, a partire dal bellissimo logo scelto per la settantesima edizione, con una Claudia Cardinale sfavillante e danzante, oltre che alla madrina della kermesse che è Monica Bellucci.

Ovviamente uno dei protagonisti principali del Festival è il red carpet su cui sfilano ogni giorno decine di divi più o meno noti. Tra i primi a calcarlo ci sono stati i componenti della giuria che dovrà assegnare i premi ai film in concorso. Presidente della giuria quest’anno è Pedro Almodovar e tra i giurati spiccano Jessica Chastain, Will Smith, Parolo Sorrentino, Park Chan-wook e altri ancora.

Cannes è stato subito investito dalle polemiche sul caso Netflix: senza entrare nel merito della questione basterebbe dire che la verità come sempre è nel mezzo e che questo tipo di discussioni sul progresso del linguaggio cinematografico sono solo positive, purché non siano fini a loro stesse.

Il concorso è senza dubbio di valore elevato. Le aspettative più alte riguardano Haneke, Lanthimos e Sofia Coppola. Tra i più attesi c’era anche Todd Haynes che però ha letteralmente spaccato il mondo della critica pur essendone un prediletto.

Abbastanza deludente anche il coreano Bong Joon Ho con il suo fantasy grottesco “Jupiter’s moon” con cui il regista vuole lanciare una “denuncia nutrizionista” che però si perde in recitazioni un po’ scialbe e battute non all’altezza di quanto il regista ci aveva abituato prima d’ora.

A proposito di Bong Joon Ho c’è da segnalare il primo “giallo” alla proiezione stampa, dove il film è stato interrotto (e poi ripreso) dopo 10 minuti a causa di problemi tecnici con l’apertura del sipario. All’apparizione del logo di Netflix la sala si è divisa tra acclamazioni e fischi, in un gioco a cui non ci si riesce mai ad abituare in un ambiente che dovrebbe essere quello della professionalità.

Tra i film in concorso nei primi giorni è da segnalare il russo “Loveless” del regista Andrej Zvjagincev (che due anni fa uscì nelle sale italiane con il bellissimo “Leviathan”) che ha messo d’accordo davvero tutta la critica. Tra gli italiani fino a ora c’è stato modo di vedere “A Ciambra” di Jonas Carpignano, un feroce film ambientato in una baraccopoli gitana nella periferia di Gioia Tauro, e “Sicilian Ghost Story”, di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, film potente, evocativo, raffinato ma che lascia un senso di incompiutezza, dedicato alla memoria di Giuseppe Di Matteo, il ragazzino siciliano che fu eliminato dalla mafia e sciolto nell’acido a metà anni ’90.

In questi giorni continueremo con gli aggiornamenti

Nicola ‘Nimi’ Cargnoni