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In queste settimane si è parlato tanto di diversità, ma forse non abbiamo provato a sentire la voce più importante riguardo questo argomento. Cioè la voce di una mamma di un ragazzo omosessuale che, in modo anonimo, ha deciso di condividere con noi la sua storia. Ascoltiamo il suo racconto.

 

"Sono madre di un ragazzo, ormai adulto, omosessuale. Ho assistito a molte conferenze su questo tema facendo talvolta qualche piccolo intervento. Quando ho saputo che al Liceo Fermi di Salò si era organizzata un'assemblea d'istituto sulla diversità, in molte sue sfaccettature, il mio primo pensiero è andato ai ragazzi, al fatto che forse sarebbe stato bello che ci fosse stata  anche la testimonianze di uno psicologo che potesse raccontare ai giovani la sua esperienza quando un ragazzo o una ragazza si rivolgono a lui nei momenti in cui iniziano le crisi d'identità sessuale, l'accettazione del sé,soprattutto quando si è adolescenti e quando la domanda più ricorrente è: COME FARO' A DIRLO AI MIEI.
Non voglio usare toni lacrimevoli ma richiamare l'attenzione su questo aspetto visto che sono una  mamma che ha  visto il proprio figlio, 10 anni fa, logorarsi in questo incubo, mangiarsi dentro giorno dopo giorno per cercare di non essere DIVERSO, per non vivere da diverso, per sé e per non deludere la propria famiglia. Mio figlio dopo 5 anni di lotta con sé stesso ( dai 15 ai 20 anni ), di incomprensione, di crisi depressive a cui noi famigliari, sentendoci sempre più impotenti, non riuscivamo a dare una spiegazione perchè ci trovavamo solo davanti un muro costruito dal suo mutismo, ha iniziato un percorso psicologico. E' stato aiutato moralmente anche dal nostro parroco ( con cui ancora oggi ha corretti scambi di idee) e dal nostro curato.E per questo li ringrazierò sempre.
Ma l'umanità, la comprensione di questi sacerdoti non cambiano la realtà, infatti una persona omosessuale ha ancora molti limiti, sia all'interno della Chiesa che dello Stato che, per esempio, non riconosce il diritto all'assistenza alla persona amata perchè non ritenuta un famigliare nel caso in cui il compagno, colpito da malattia, sia impossibilitato a prendere decisioni che lo riguardano.
Mio figlio vive e lavora all'estero dove è più semplice non essere discriminati nella vita e nel lavoro, soprattutto se si è un insegnante, perchè non si viene considerati diversi .
Sarebbe stata più significativa la sua testimonianza, ma per ora non se la sente. Acconsente però che io abbia rilasciato questa piccola intervista, mantenendo però l'anonimato,perchè dopo 10 anni lui subisce ancora il giudizio di troppi sguardi e perchè esistono ancora troppi SI , PERO' ...Frase che nessuno vorrebbe sentire, soprattutto un figlio, specialmente quando non è ancora sufficientemente forte per sopportare commenti o giudizi come " VIVI COME VUOI ,MA LASCIAMI FUORI".
Quando mi è stato chiesto di dare la mia testimonianza ho pensato che non avrei voluto dar troppo spazio alle emozioni perché se avessi seguito il cuore e l'istinto non sarebbe bastato un quaderno per raccontare la quotidianità del dolore degli anni di mio figlio e dei nostri.
Sono consapevole che le mie parole potrebbero raggiungere chiunque e spero che nessuno si senta giudicato o scosso da quanto qui scritto. La mia intenzione era semplicemente di offrire una riflessione a chi vive quotidianamente questa realtà, perché non è nascondendola o facendo finta che non esista che aiutiamo i nostri figlio a crescere.
E' facile confortare e sostenere una persona quando ad essere colpito da un tale macigno è un amico o un vicino, le difficoltà sorgono quando questo evento ti tocca personalmente e quando tutto attorno ci spaventa e ci appare ostile.
Un grazie alla dirigente scolastica del liceo Fermi, Professoressa Podestà, per aver sostenuto questa iniziativa così CONTROCORRENTE ma così VERA E REALE, con la speranza che abbia gettato un seme pronto a dare frutti contro l'ipocrisia".
 
Credo che queste parole dovrebbero aiutare tutti a riflettere.
 
Stefania Signori 
 
 
La fotografia è di repertorio