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Da anni sentiamo parlare di consumo di suolo zero. È diventato un obiettivo ripetuto nei convegni, nei programmi amministrativi, nei documenti sulla sostenibilità. Eppure basta attraversare oggi molti comuni della pianura bresciana per avere una sensazione molto diversa: gru, cantieri, nuove case, nuovi capannoni, nuove porzioni di territorio che cambiano destinazione. 

La domanda sorge spontanea: abbiamo davvero bisogno di costruire ancora così tanto? Soprattutto quando sappiamo che nei nostri paesi esistono moltissimi edifici vuoti, appartamenti sfitti, case da recuperare e immobili che potrebbero essere ristrutturati e restituiti a nuova vita. Ogni metro di campagna occupato è, invece, un metro difficilmente recuperabile. 

C'è poi un altro aspetto, forse meno evidente ma altrettanto importante. Nei pochi spazi agricoli che resistono sta diventando sempre più difficile semplicemente camminare.

Penso, per esempio, alla zona di Rezzato, dove esistono ancora prati e lembi di campagna sorprendentemente belli, a pochi minuti dalle aree più urbanizzate. Un piccolo patrimonio quotidiano. Ma molti dei vecchi sentieri, delle stradine poderali e dei percorsi che permettevano di attraversare questi spazi sono scomparsi, interrotti oppure non vengono più mantenuti. Vegetazione, rovi, recinzioni e incuria finiscono così per rendere inaccessibile ciò che ancora non è stato costruito.

È un paradosso: da una parte continuiamo a consumare campagna, dall'altra non riusciamo più a prenderci cura di quella che rimane. 

Forse parlare seriamente di consumo di suolo significa occuparsi di entrambe le cose. Costruire meno e recuperare di più, certamente. Ma anche conservare quella trama minuta di sentieri e strade rurali che per secoli ha collegato paesi, cascine e campi. 

Perché il paesaggio non si tutela soltanto impedendo che arrivi una nuova ruspa. Lo si tutela anche permettendo alle persone di conoscerlo, attraversarlo a piedi e riconoscerlo ancora come parte del luogo in cui vivono.

Maria Paola Pasini