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In occasione della giornata delle comunicazioni sociali, il vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada ha incontrato i giornalisti bresciani.

Ecco il testo dell'omelia pronunciata da Monsignor Pierantonio.

Celebriamo la Festa della Conversione di san Paolo. Abbiamo spostato ad oggi il tradizionale incontro con i giornalisti che normalmente avviene il giorno 24 gennaio, Festa di San Francesco di Sales, perché quest’anno la ricorrenza cade di domenica. Avremmo dovuto celebrarla ieri. Inoltre, le circostanze che ben conosciamo hanno imposto restrizioni e hanno impedito lo svolgimento di quel confronto che, almeno dal mio punto di vista, è sempre risultato molto arricchente. Ed eccoci allora a meditare su questo evento che ha segnato la vita di san Paolo ma anche la storia del cristianesimo.

 

Vorrei richiamare l’attenzione su un particolare del racconto della conversione di San Paolo che abbiamo ascoltato nella prima lettura, tratta dal Libro degli Atti degli Apostoli. Saulo – questo è il nome ebraico del futuro apostolo – persecutore dei discepoli di Cristo, mentre si sta dirigendo a Damasco per trarre in arresto quelli che considera i seguaci di una setta sacrilega, vive l’esperienza sconvolgente dell’incontro con l’incontro il Cristo risorto. Una luce lo avvolge e lo fa cadere a terra. Una voce gli parla e lo invita ad una riflessione interiore. L’effetto più evidente di questa rivelazione è l’accecamento. Saulo non riesce più vedere e per tre giorni i suoi occhi rimarranno chiusi alla luce, mentre egli digiunerà e pregherà. Poi finalmente si riapriranno.

 

Una simile esperienza ha indubbiamente anche un significato simbolico, di cui san Paolo prenderà coscienza solo successivamente. Divenuto ormai apostolo di Cristo, egli riconoscerà che era pressoché schiavo di una visione della realtà non corrispondente al vero, condizionato da convincimenti maturati senza l’impegno onesto di entrare nella situazione e di comprenderla nella sua verità. Saulo infatti si è ricreduto e ha cambiato completamente strada: da persecutore di Cristo è divenuto l’apostolo per eccellenza. Una rivelazione accecante in realtà ha fatto giustizia della sua inconsapevole cecità.

 

Questa considerazione mi appare in piena linea con il messaggio che papa Francesco ha consegnato ai giornalisti, ma anche all’intera chiesa, per la Giornata delle Comunicazioni Sociali 2021. Il titolo: “Venite e vedete!”, e il sottotitolo: Comunicare incontrando le persone come e dove sono, fanno ben capire qual è il punto che gli sta a cuore. E il punto è questo: che la comunicazione sia un vero incontro con le persone, sia cioè una lettura della realtà compiuta con gli occhi di chi sa condividere e non si limita ad analizzare dall’esterno. Una comunicazione non distaccata, non per sentito dire, non confezionata dietro le scrivanie, non tesa a suscitare scalpore, non condizionata dalla prospettiva dei più fortunati e quindi incapace o comunque non interessata a dare voce al diritto dei meno fortunati. Una comunicazione calda, partecipata, intensa, ricca di umanità. Credo si possa dire che c’è una forma giornalistica della solidarietà, un modo di farsi carico di ciò che la gente vive, particolarmente in questo momento, attraverso le pagine dei giornali e le trasmissioni radiotelevisive.

 

Oggi, il sentimento dominante è quello dell’incertezza e della fatica. Siamo disorientati e stanchi. Quanto sta succedendo ci sta logorando e non vediamo ancora chiaramente la fine del tunnel. Abbiamo bisogno di una comunicazione che ci aiuti a resistere, che faccia chiarezza, per quanto è possibile, o comunque che non esasperi il senso di smarrimento e non incrementi la confusione. Una comunicazione pacata e seria, che vada in profondità, che si prenda il tempo per capire, che offra elementi interpretativi ponderati, che ci aiuti a fare il quadro della situazione tenendo conto dei diversi elementi. Credo non sia giusto, soprattutto in questo momento, indulgere sugli aspetti che esasperano le tensioni, che contrappongono i pareri, che evidenziano le divergenze. Sentiamo il bisogno di vedere sottolineati piuttosto la ricerca comune, lo sforzo condiviso, il coraggio e la generosità nell’affrontare le sfide.

 

Ai giornalisti chiediamo dunque una comunicazione che trasmetta vicinanza, che faccia respirare, che mostri piuttosto il bicchiere mezzo pieno e non sempre e solo il bicchiere mezzo vuoto, che faccia leva sugli aspetti positivi sempre presenti anche in una situazione complessa e problematica. L’onestà e il senso critico non devono indurre l’opinione pubblica al pessimismo o fomentare scontento e rabbia. Purtroppo già di suo il vissuto spinge in questa direzione. Se il tempo è quello della prova, occorre fornire ragioni per affrontarla con dignità e sostenerla con determinazione. I giornali e i media siano dalla parte di chi è chiamato a combattere. Il senso di responsabilità dimostrato dagli operatori sanitari in questo tempo di emergenza trovi un suo riscontro parallelo nel senso di responsabilità da parte degli operatori della comunicazione: anche in questo caso – credo – si deve parlare di una missione da assumere e da onorare.

 

A san Francesco di Sales affido questo vostro compito, che le recenti circostanze hanno dimostrato, una volta di più, tanto importante e delicato. Vi assista il vostro patrono con la sua amorevole sapienza e vi accompagni nell’esercizio di una professione decisamente rilevante, che mai cesserà di presentarsi anche come servizio reso al bene comune e come contributo offerto allo sviluppo di una vera civiltà.