A Lavenone, piccolo paese della Valle Sabbia, c'è un affresco che racconta una storia particolare. Una storia che attraversa il fascismo, la Liberazione, gli anni delle grandi contrapposizioni politiche e arriva fino ai nostri giorni. È una vicenda che merita di essere conosciuta un pò più nel dettaglio perché parla di memoria, di libertà e del difficile rapporto che ogni comunità intrattiene con il proprio passato.

Tutto comincia durante il Ventennio, quando sul muro di un edificio privato viene dipinta una frase della propaganda mussoliniana: «Noi sognamo l'Italia romana». Un richiamo esplicito al mito della romanità, uno dei pilastri dell'immaginario politico del regime fascista.

All'indomani della Liberazione, la scritta viene coperta con la calce. Sembra destinata a scomparire, ma tra gli anni Sessanta e Settanta riemerge, riportando alla luce una testimonianza ingombrante del passato.

Che fare? Cancellarla nuovamente? Lasciarla così com'è? La questione suscita un acceso dibattito nella comunità locale.

Nel 1982 l'amministrazione comunale di sinistra, guidata dal sindaco Gianfausto Salvadori, prende una decisione originale e, per molti aspetti, anticipatrice di un dibattito che sarebbe diventato centrale soltanto molti anni più tardi: non cancellare la scritta, ma trasformarne radicalmente il significato.

L'incarico viene affidato a due artisti, Adriano Grasso Caprioli e Giovanni Biasini, che realizzano un grande affresco nel quale la vecchia frase fascista viene inglobata in una composizione di forte valore simbolico, dal linguaggio vagamente futurista.

Vi compaiono un fascio littorio spezzato, simbolo della sconfitta del fascismo, un'aquila ferita, rappresentazione della fine delle ambizioni imperialiste, e un fungo atomico, ammonimento contro la guerra e il rischio di autodistruzione dell'umanità.

La scritta mussoliniana rimane visibile, ma il suo significato viene completamente rovesciato. Il sogno dell'Italia imperiale viene messo a confronto con le conseguenze drammatiche della dittatura e della guerra.

L'opera viene inaugurata il 25 aprile 1982, anniversario della Liberazione, alla presenza di Italo Nicoletto, parlamentare comunista, presidente dell'ANPI provinciale ed ex comandante partigiano. Una scelta che conferisce all'iniziativa un significato politico e civile inequivocabile.

Ma la vicenda non finisce qui.

Nel 1986 una lettera pubblicata sul quotidiano la Repubblica critica la decisione di conservare la scritta fascista. Il sindaco Salvadori risponde spiegando le ragioni di quella scelta. Cancellare sarebbe stato troppo facile. Occorreva invece contrapporre al sogno propagandistico la realtà storica del fascismo.

Nella sua risposta emerge una convinzione profonda: dimenticare gli errori del passato significa rischiare di ripeterli. La memoria, anche quando è scomoda, deve diventare occasione di riflessione.

Eppure, con il trascorrere degli anni, il significato originario dell'operazione artistica sembra essersi progressivamente smarrito.

Come raccontava il sindaco Franco Delfaccio in occasione di una ricerca condotta dall'Università Cattolica di Brescia, non mancavano persone che, fermandosi davanti all'affresco, facevano il saluto romano, interpretando erroneamente l'opera come una testimonianza celebrativa del fascismo.

Un paradosso straordinario: un dipinto nato per condannare il fascismo veniva talvolta scambiato per un omaggio al regime.

Proprio da questa contraddizione, nell'anno accademico 2020-2021, nacque un progetto didattico dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, realizzato in collaborazione con il Comune di Lavenone e la Comunità Montana di Valle Sabbia.

Sette studentesse lavorarono alla ricostruzione storica della vicenda e alla realizzazione di strumenti di comunicazione, tra cui una guida bilingue e contenuti digitali, per spiegare il significato dell'affresco ai residenti e ai visitatori.

Il progetto divenne anche oggetto di uno studio scientifico dedicato al cosiddetto patrimonio dissonante, ossia a quelle testimonianze del passato che risultano difficili da conciliare con i valori della società contemporanea.

L'affresco di Lavenone rappresenta, in questo senso, un caso particolarmente interessante. Già nel 1982, in un piccolo paese di montagna, si era tentata un'operazione di rielaborazione critica della memoria, scegliendo di non distruggere una testimonianza storica, ma di attribuirle un significato nuovo.

A distanza di oltre quarant'anni, quella scelta conserva tutta la sua attualità.

La storia dell'affresco ci ricorda infatti che conservare non significa celebrare, così come cancellare non significa necessariamente comprendere. Un monumento, una scritta, un'opera d'arte non parlano da soli: hanno bisogno di essere spiegati, contestualizzati, restituiti alla conoscenza collettiva.

E forse proprio questa è la lezione più importante che arriva da Lavenone: la memoria non è qualcosa che si conserva una volta per tutte. È un lavoro continuo, fatto di ricerca, conoscenza e responsabilità.

Maria Paola Pasini

Per approfondire: M. P. Pasini, «L'uso di un “patrimonio controverso” in chiave turistica: l'affresco di Lavenone. Un'esperienza didattica», in G. Gregorini e R. Semeraro (a cura di), Turismo 4.0. Storia, digitalizzazione, territorio, Vita e Pensiero, Milano, 2021, pp. 237-244.