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Evoluzione delle terapie. Il coordinamento da parte dell’oncologo serve tra l’altro a pianificare la terapia, che è sempre più personalizzata. «Oggi risulta fondamentale – continua il medico – la pluralità nelle tecniche: chirurgia, chemio e radioterapia, non sempre nella stessa sequenza, ma scelte e applicate con una strategia individualizzata a seconda dei casi». Il tutto tenendo conto che disponiamo di farmaci sempre più efficaci e che prima si utilizzano meglio è per il paziente. «Da questa idea nasce il concetto di terapia adiuvante o precauzionale: si interviene con i farmaci il prima possibile, anche perché la chirurgia è impotente contro le micrometastasi. Queste, nei pazienti a maggior rischio, vanno considerate e trattate subito dopo l’intervento chirurgico, ancora prima di essere individuate, per avere maggiori probabilità di controllarle e sconfiggere la malattia.

Dai successi della terapia adiuvante si arriva a un altro concetto: in certi casi e in certi tumori è meglio non aspettare l’asportazione chirurgica, ma provare a ridurre il tumore con i farmaci prima ancora dell’operazione, in modo da poter verificare la loro efficacia con il paziente in migliori condizioni, anche sul piano immunologico». Galligioni cita come esempio tipico l’osteosarcoma, che un tempo si curava con l’amputazione degli arti nel 90% dei casi; oggi invece, intervenendo prima con la chemio, le amputazioni si sono ridotte al 10-20%, mentre la guarigione non si ferma più al 10% come una volta, ma raggiunge perfino l’80% dei malati. Miglioramenti simili si riscontrano inoltre nel tumore al seno, con risultati ancora più positivi grazie anche all’efficacia delle terapie ormonali.

Cure alternative e “truffe”. Spesso la cronaca porta alla ribalta nuove presunte cure e approcci alternativi alla malattia che, alimentando la speranza di malati e familiari, promettono guarigione e benessere. «Bisogna sempre diffidare – interviene con veemenza Galligioni – da chi propone cure “miracolose”. Quasi sempre si tratta di impostori che approfittano della buonafede di chi è in difficoltà suscitando speranze effimere». Oggi in commercio vengono proposti prodotti per rinforzare il sistema immunitario in prospettiva antitumorale. «Fanno molto bene – ironizza il medico – a chi li vende, di solito anche a caro prezzo!». La loro inutilità in effetti viene resa evidente con semplicità e chiarezza: «Contro i tumori questi preparati servono a poco perché il sistema immunitario riconosce e combatte i nemici esterni, mentre il cancro nasce dentro l’organismo e spesso produce anche meccanismi che bloccano il sistema immunitario, ritardando il riconoscimento degli antigeni». In altre parole, è del tutto inutile rinforzare il sistema immunitario quando questo non riconosce le cellule tumorali come un nemico esterno.

 

Nuove frontiere. Il discorso si fa invece diverso con i farmaci immunoterapici di ultima generazione, quelli che agiscono sul sistema immunitario al momento giusto, guidandolo a riconoscere la cellula malata. «Gli facciamo riconoscere chi è il nemico che deve essere attaccato», spiega Galligioni. Un’altra novità sono i farmaci biologici, che non significa “naturali”. «Non c’è diatriba tra naturale e chimico – precisa il dottore – già più della metà dei farmaci chemioterapici sono naturali perché derivano da estratti vegetati, e non sono stati scoperti adesso. Si tratta di altro. La peculiarità dei farmaci biologici è quella di mirare in maniera precisa ai meccanismi con cui le alterazioni del DNA producono il cancro e bloccarli. È come se si fosse trovata la chiave del blocchetto di accensione di un veicolo, quella che mette in moto il motore. I farmaci biologici, o a bersaglio molecolare o ancora terapie target, agiscono sul “meccanismo di accensione” della cellula e bloccano la sua moltiplicazione o altre sue attività, come l’infiltrazione, il rifornimento sanguigno e le metastasi. Si supera in questo modo il bombardamento a tappeto risultante della chemioterapia a vantaggio di interventi mirati, efficaci per quella persona, in quel momento della sua evoluzione e dello stadio della malattia. È il traguardo della medicina personalizzata o, per dirla con gli americani, “precision medicine”». Le prospettive future sono in effetti confortanti.

Giovanna Gamba

Per la prima parte dell'intervista vai a “Non chiamatelo male incurabile!”. Parla l’oncologo/1